Non siamo tutti cowboy

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Non siamo tutti cowboy

Un racconto di formazione. Così potremmo definire il film Lady Bird, il primo lungometraggio della giovane regista americana Greta Celeste Gerwig, classe 1983.

Non capita spesso nella filmografia targata USA di vedere una storia autentica, lontana dall’epica orgogliosa a stelle e strisce, stile cowboy; ambientata in un mondo “normale”, né ricco e né povero; con personaggi attraversati dalle pulsioni che fanno della vita un racconto nel quale ci si può riconoscere.

Spesso gli autori si tengono lontani dalla “normalità” per non rischiare il banale. La studentessa sedicenne, che ama farsi chiamare Lady Bird, personaggio centrale di questo film, ci ha fatto invece pensare a J.D. Salinger con il suo “Il giovane Holden”: cambia il sesso, ma resta la stessa intensità e profondità.

Bravissima la protagonista, Saoirse Ronan, premiata con il Golden Globe (andato anche al film come miglior “commedia”) e nominata all’Oscar: perfetta incarnazione dell’adolescenza, ancora lontana dalla dipendenza da smartphone e social. Intorno a lei sentimenti forti: contrasti generazionali, sbandamenti adolescenziali, emancipazione faticosa, la vita difficile e spesso soffocante di una provincia americana.

Il film si apre con una citazione di Joan Didion – giornalista, scrittrice e saggista statunitense, vincitrice del National Book Award nel 2005 per la saggistica con il libro L’anno del pensiero magico – nata appunto a Sacramento nel 1934.

Chiunque parla della California gaudente dovrebbe passare un Natale a Sacramento.
Joan Didion

Il sogno di una sedicenne – scappare da Sacramento per andare a vivere nella East Coast – ci coinvolge e vorremmo che i giovani fossero sempre animati da questa voglia di andare a scoprire nuovi orizzonti.

Alla fine tifiamo per lei!

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